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Quello che segue è un estratto di un accesa discussione avuta in compagnia, fra amici, durante una grigliata in cui, sarà stato il caldo, saranno stati i fumi dell’alcool, abbiamo fatto una digressione dal così tanto gettonato argomento f**a a uno un po’ più tosto: l’espatrio, da noi battezzato durante il dibattito “l’andarsene fuori dal c***o”. Ok, ho già raggiunto un livello di volgarità sufficiente, posso entrare nel vivo del discorso.
Ci tengo a precisare che l’argomento non è stato sollevato da me e durante il discorso non ho avuto modo di intervenire se non un paio di volte. Il tutto è cominciato da un’affermazione, in cui si diceva che per espatriare servono i soldi. O meglio, servono parecchi soldi all’inizio per poterti permettere le varie spese di viaggio, alloggio e il tempo che impieghi a trovare un’occupazione nel posto dove vai. Fin qui niente di più semplice, bene o male se non si vuole emigrare in modo clandestino e stare sotto un ponte a mendicare un minimo di input monetario devi avercelo. La fiamma del discorso si è accesa all’esclamazione della frase “se fai fatica a vivere qua, o comunque bene o male campi, non hai bisogno di andartene, perché nel primo caso non avresti i soldi iniziali per poterti permettere l’espatrio, nell’altra se qua si campa ovvero si ha un tetto dove stare, un lavoro, e qualche svago da fare nei momenti liberi non c’è bisogno di andarsene.” Questo ha sollevato un polverone e diviso in 2 schieramenti i partecipanti. “Se hai un lavoro e quindi un entrate e te ne vuoi andare basta che metti da parte i soldi” dice la prima fazione. “Ma se coi soldi che guadagno a fatica riesco a rientrare nelle mie spese come faccio a mettere da parte i soldi?” echeggia dall’altra fazione. “Se non riesci a mettere da parte i soldi è perché non vuoi metterli da parte, trovi il modo di spendere quello che potresti invece mettere da parte” controbatte di nuovo l’altro schieramento. Non si dice infatti che da un mese all’altro si debbano creare i requisiti economici per garantirti un espatrio per lo meno non in mezzo alla strada. Da qui poi sono nati esempi pratici di amici e conoscenti che hanno tentato la fortuna e ognuno portava acqua al proprio mulino. “L’anti espatrio” raccontava di gente che ha fatto la fame e dopo qualche mese è tornata triste triste a casa mentre altri raccontavano di gente emigrata un anno che è tornata a casa solo perché era partito già con l’idea di ritornare ma tenendo tanta soddisfazione dentro di se per quello che aveva fatto. Il discorso poi è andato avanti ma non ricordo bene come è andato a finire perché il mio cervello era già andato nel suo stanzino isolato ad elaborare quelli che sono i ragionamenti e le parole scritte adesso in questo post. Nella diatriba appena rappresentata sono state omesse moltissime considerazione che andrebbero fatte per questo delicato argomento, ma d’altronde si sa che le discussioni che nascono così per luoghi comuni spesso si basano su considerazioni che non vengono vissute sulla pelle e si vive la foga del momento, del parlare più forte dell’altro. Il discorso è andato subito al lato pratico: senza i soldi necessari non vado da nessuna parte, se dove sono già ho un lavoro e un tetto posso ritenermi soddisfatto, quindi sono a posto così. E se invece non lo sono? Non si può desiderare altre condizioni di vita o anche un semplice cambio di aria, di mentalità? Si è trascurato il fatto che l’espatrio è fisicamente l’andare da un’altra parte, ma è anche un fattore mentale, una voglia di scoperta, di non arrendersi dinanzi al fatto che io sono nato in un posto e allora ci devo per forza rimanere per tutta la vita, chi l’ha detto? La voglia di non porsi barriere solo perché io sono in Italia e quella si chiama Germania o Svezia o Australia.
L’espatrio non è solo voler andare a lavorare in un posto che mi dia migliori possibilità di affermarmi, è soprattutto la voglia di scoprire quello che sei veramente senza avere il vincolo di dire “sono italiano e mi hanno insegnato a fare l’italiano”. Espatriando ti metti davanti te stesso e puoi fare solo te stesso. E il lavoro è solo il mezzo con cui si alimenta questo giro. Quindi se si crede di espatriare con l’idea di trovare il lavoro della vita e fare la fortuna in poco tempo ritengo che già l’idea di partenza è sbagliata. A uno può andare bene all’altro male. Questo è l’altro fattore non confutato, il fatto che ognuno vive con delle idee e modi di fare prettamente personali che vanno al di la della nazione in cui si sta e dell’educazione a cui è stato imposto. E quindi non esisterà mai un caso di espatrio uguale ad un altro per poter dire “voglio espatriare come ha fatto tizio, che gli è andata bene, anzi, molto bene!”. Per concludere, c’è gente che sta bene dov’è e gente che vorrebbe stare in un posto ritenuto sulla carta e dalle sue visite generalmente “migliore”. Voi sapere tutti da che parte sto.

E voi che ne pensate di tutto ciò?

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